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D’Orsi: “La Questione palestinese? Basta con le opinioni, la verità è scritta sui documenti”

D’Orsi: “La Questione palestinese? Basta con le opinioni, la verità è scritta sui documenti”

“Dopo decenni di strette di mano, guerre…ha ancora senso da parte nostra convincerci che sia possibile credere in una pace possibile?” Se l’è chiesto Patrizia Manduchi, docente dell’Università di Cagliari, nel seminario dedicato all’annoso conflitto tra Palestina e Israele. Con lei per discuterne un ospite d’eccezione: Angelo D’Orsi, docente in numerose cattedre all’Università di Torino.

“Si devono scavare buche per cercare le radici motivazionali per capire la storia intrecciata di Israele e Palestina” ha continuato Patrizia Manduchi. “È un discorso che non trova via d’uscita, è un problema che si avvita su sé stesso. Per risolverlo occorre un nuovo approccio, ricostruendo tutto con onestà intellettuale, trovando nuovi strumenti per il dialogo tra le parti. Il percorso della conoscenza – continua Manduchi –  è difficile, bisogna essere obiettivi e a volte bisogna schierarsi, anche se ammetto che la questione tra Israele e Palestina non ha ancora un perimetro ben definito. Tuttavia indagare è un dovere per prendere poi una posizione motivata. I conflitti – conclude – non sono di ‘altri’ se non sono nel nostro territorio, sono nostri comunque”.

Patrizia Manduchi passa la parola ad Angelo D’Orsi:“Per parlare di Palestina occorre fare una piccola premessa: la storia non è una scienza esatta, ma ha il compito di avvicinarsi alla verità, di accertare dei fatti. Beh, negli ultimi decenni invece la storia è diventata doxa, cioè opinione, che prescinde dai fatti. La storia invece – continua il professore D’Orsi – si deve fare con in mano i documenti: pas de documents, pas de Histoire.

E questi documenti secondo il professore raccontano la verità tra Israele e Palestina. Non su quello che sta succedendo ora, ma come tutto cominciò. “La storia parte da molto lontano, precisamente dall’Europa. Gli europei, ecco: sono loro che sentono di avere una missione, quella di portare la civiltà nei Paesi a est, verso il Medio oriente, con le buone o con le cattive.Gli europei in questo caso vogliono essere presuntuosamente ‘il faro della civiltà’. Già nell’800 si descrivono le terre vicino all’Europa come ‘ampie quanto desertiche’. Si insiste sul far raffigurare queste popolazioni nullafacenti, visto che hanno a disposizione spazi immensi, anche se desertici, e nessuno li utilizza. Dall’altra invece gli occidentali, che di quelle terre sanno che farci. Questo discorso prepara una sorta di diritto a colonizzare. Si dirà: “lotta della civiltà contro il deserto”. Si arriva in poco tempo a operazioni di colonialismo d’insediamento”.

“Subito dopo il 1945 si dice che lo Stato d’Israele fu creato come risarcimento della Shoah. I documenti dicono altro:  è già in atto da molto tempo la diaspora palestinese. I palestinesi vengono cacciati con una modalità che ricorda in qualche modo quella dei cow-boy con gli indiani: gli israeliani europei bruciano tutto, optano per un processo di eliminazione dei nomi, delle vie, delle piazze. La pratica della forza viene utilizzata per cancellare le tracce fisiche della civiltà di un popolo. Non solo, anche la memoria. Effettivamente con la proclamazione dello Stato di Israele avviene il memoricidio della popolazione palestinese. Non troppo tempo fa anche un primo ministro disse: “Palestinesi? Qui non ci sono mai stati”. In questo modo gli israeliani possono dirlo, proprio perché senza memoria un popolo non esiste”.

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I nomi hanno un peso

 

Ci si dimentica spesso di quanto i nomi abbiano un peso. 
A ricordarcelo l’ultimo episodio, purtroppo non isolato, della ragazza finita nel tritacarne del web dopo che un ragazzo aveva filmato un suo rapporto sessuale. Vedere il suo nome stampato su ogni sito è stato per lei l’inizio di un incubo: è stata costretta a cambiare città, cognome, è entrata in depressione e alla fine ha deciso di togliersi la vita. Aveva appena ottenuto il diritto all’oblio e alla cancellazione di tutti i contenuti a suo nome dal web.

Ci si chiede per quale motivo i giornali abbiano imbastito un vero e proprio caso giornalistico su una notizia di interesse pubblico pari a zero. La verità, come dice il saggio, sta nel mezzo: da una parte c’è l’inseguimento costante dei click in rete da parte dei giornali, che spinge a pubblicare notizie di questo calibro. Dall’altra, c’è un folto pubblico affamato di bassezze e banalità a pretenderle. È una stampa che non vive, ma sopravvive, costretta per esigenze di sostentamento a dimenticare la ‘Vera missione: servire il lettore, informarlo. “Negligenze” le ha chiamate Peter Gomez sul Ilfattoquotidiano.it, in una sorta di mea culpa che tutti i giornalisti che hanno trattato la notizia della ragazza morta suicida dovrebbero obbligatoriamente fare.

Internet ha memoria. Il web non dimentica, nemmeno la ragazzata fatta da vostro figlio appena diciottenne, finita su quel piccolo, minuscolo giornaletto online. Quell’articolo insignificante potrebbe diventare un ottimo ostacolo all’entrata del mondo del lavoro di vostro figlio. Basterebbe una piccola ricerca su Google: non stupitevi delle collezioni di “le faremo sapere”. E se i nomi allora hanno un peso, basterebbe non scriverli, o scrivere le iniziali, o scriverli soltanto se hanno uno spessore istituzionale o pubblico (sindaci, assessori, presidenti Regione ecc.). Non solo per soddisfare regole deontologiche, ma per una questione di buon senso e rispetto per chi già convive con le proprie responsabilità senza sbandierarle in pubblica piazza.